petek, 14. avgust 2009

Dalla scogliera di Trieste

Tokrat v italijanščini. Objavljam članek iz Corriere della Sera o dečku, ki je označil svojo prijateljico kot ... prijateljico. Primer strpnosti in zrelega odgovora štiri- ali petletnega dečka na Tržaški plaži. Kot poletno branje, v pripravo na konec tedna. Na kakšni plaži s turisti, sitnimi mamami in z otroci.



Storie Giochi (senza discriminazioni) sulla riviera di Barcola-Il bambino che ignora il colore della pelle


Dalla scogliera di Trieste, tra una folla abitudinaria e tranquilla, una piccola lezione sull’identità e sull’amicizia


Sulla riviera di Barcola, a Trieste. Si fa per dire, riviera; una sottile striscia di scogli, spiaggia libera che costeggia la strada principale di accesso alla città, acqua subito profonda, sulla riva tamerici spumose come onde, un orizzonte marino vasto e aperto, che nell’infanzia dava il senso dell’immensità oceanica, in un’educazione sentimentale in cui s’imparava una volta per tutte il legame fra l’eros e il mare. Quella gente in costume da bagno, non in uno stabilimento né su una vera spiag­gia, ma alle porte della città e quasi già in città, dà un’impressione di vita persuasa e goduta.


Trieste non è solo crocevia tra est e ovest, come recita la sua didascalia, ma pure fra nord e sud, fra la malinconia scandinava di certi tramonti d’inverno e la vitalità meridionale dell’estate. In fon­do al golfo, dove le acque italiane divengo­no slovene e poi croate, si vedono il Duo­mo di Pirano, la plurisecolare orma del le­one di S. Marco nell’Istria, e più avanti Punta Salvore, col suo faro e i suoi pini nel vento. La popolazione che da maggio a otto­bre, e soprattutto in agosto, arriva ogni giorno su quella scogliera di Barcola è abi­tudinaria; per tacita convenzione, ognuno di noi ha il suo posto sulla riva, generica­mente rispettato dai vicini, con cui s’in­trattengono rapporti garbati ma senza prendersi né dare confidenza. Ogni tanto aleggia, annunciata sui giornali, la minac­cia di divieti, piani regolatori, costruzioni di stabilimenti a pagamento o di porticcio­li turistici, minaccia finora ogni volta sven­tata da pugnaci lettere inviate alla stampa e alle autorità dagli uomini di penna, nu­merosi e assidui fra quei bagnanti, e da proteste che arrivano da triestini residen­ti da anni a New York o ad Adelaide ma non dimentichi di quella scogliera. Le au­torità, a dire il vero, dimostrano di com­prendere che quella libertà di «tocio» os­sia di tuffo è un bene pubblico, una buo­na qualità di vita collettiva, e si preoccupa­no delle docce gratuite e delle tamerici.


Qualche anno fa la scogliera era salita alla ribalta delle cronache grazie a un annega­to, il cui corpo riportato a riva e coperto da un lenzuolo era rimasto a lungo in mezzo ai bagnanti che avevano continua­to a prendere il sole accanto a lui, in quel­la familiare indifferenza della vita per la morte che la grande e rovente luce del­l’estate rende ancora più spietata. Pochi gli schiamazzi, rari i disturbi alla quiete pubblica.


Giorni fa, una madre ha redarguito il figlio, un bambino di quat­tro o cinque anni che giocava con un’in­cantevole coetanea — nera come l’eba­no, evidentemente adottata dai genitori, due tedeschi che si erano sistemati un po’ più lontano — sparando con una pi­stola ad acqua e scavalcando di corsa i corpi distesi al sole, per lui non ancora desiderabili o conturbanti. Sgridato, il bambino protestava, dicendo che allora bisognava rimproverare pure la bambi­na. «Quale bambina?», chiese la madre, che non la vedeva perché si era nascosta dietro un albero. «Quella che parla che non si capisce niente», rispose lui, evi­dentemente colpito dal fatto che la picco­la chiamasse le cose in modo per lui in­comprensibile, un po’ arrabbiato di sco­prire che esse potessero avere altri nomi.


Non gli era passato per la mente di iden­tificarla con il colore della sua pelle, che pure spiccava nettamente anche accanto all’abbronzatura dei bagnanti; quella diffe­renza di colore, che in altre situazioni ave­va provocato e potrebbe ancora provocare separazione e segregazione feroce, era irri­levante rispetto alla differenza tra l’italia­no e il tedesco. Neppure quest’ultima, pe­raltro, aveva il potere di separarli, perché, appena riapparsa la bambina nel frattem­po debitamente ammonita (in tedesco) dai suoi genitori, i due avevano ripreso su­bito a rincorrersi e a spruzzarsi, ignari di aver tenuto una bella lezione sulla diversi­tà e sull’identità, temi del resto cari anche ai convegni cultural-balneari così frequen­ti sulle spiagge estive, almeno quelle un po’ più eleganti della scogliera di Barcola.


Claudio Magris

5 komentarjev:

Andrej Vončina (voncio83@gmail.com) pravi ...

Vabbe', quando poi si capira' che quella diversita' a Trieste e' di casa, saremo a cavallo. Sono citta' che non sono di nessuno e al contempo di tutti - un po' nostre e un po' loro. Si sente un po' di malinconia, come dire che le coste istriane una volta erano italiane, adesso purtroppo... Mah, vagli a capire. I bambini poi, hanno un modo tutto loro, da cui abbiamo tutto da imparare, purtroppo.

Aljoša pravi ...

No, non si tratta di un "purtroppo" ma di un "per fortuna!" Imparare dai bambini significa rendersi umili e aperti alle meraviglie.

Trieste e' una citta' chiusa ma vivendo in un crocevia tormentoso, la fa diventare aperta. Forse spalancata.

Andrej Vončina (voncio83@gmail.com) pravi ...

"Purtroppo" nel senso che siamo troppo sicuri di sapere e conoscere tutto - per fortuna ci sono i bambini che riescono a metterci in imbarazzo. Poi magari iniziamo a chiederci, se non siamo "cresciuti" un po' troppo in fretta, senza conservare almeno un pizzico di mentalita' bambinesca.

Unknown pravi ...

Pozabila sta na podnapise.

Aljoša pravi ...

@ Sabina: naslednja runda bo v francoščini. In potem v brazilski portugalščini ... boš ti opremila s podnapisi :)

Blog spremlja tudi peščica ljudi onkraj meje zato sem namenil eno objavo (to je prva v italijanščini) tudi njim razumljivo. Nič grdega ne piše.